ITA  ENG
EcoAcciai - Logo lavorazione rottami metallici
Home \ Archivio News \ Industria dell'acciaio in Italia
print  share

Industria dell'acciaio in Italia

Sfida ristrutturazione per l'acciaio

Produzione in calo del 5,2% a quota 27,2 milioni di tonnellate, ma soprattutto un consumo apparente inferiore del 20,4% rispetto a quello del 2011. L'industria siderurgica italiana archivia un anno difficile, reso ancora più pesante, in termini strategici e strutturali, dalle ferite scoperte rappresentate dalle vicende legate all'Ilva di Taranto, al gruppo Lucchini, e alle Acciaierie speciali di Terni. E il 2013, complici le tensioni sul mercato valutario (l'anno scorso molte aziende hanno salvato i bilanci con l'export) non promette nulla di buono. Nonostante tutto questo Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, ribadisce che «un moderno paese industriale non può fare a meno della produzione siderurgica», aggiungendo soprattutto che «rinunciare al ciclo integrale sarebbe una follia». Qualcosa di più di una difesa d'ufficio, visto che il presidente riconosce che «servono razionalizzazioni nel sistema», perchè la soglia media di 30 milioni di tonnellate prodotte alla quale siamo stati abituati negli ultimi anni, oggi non è più sostenuta dalla domanda.   In Europa si parla ormai di sovracapacità strutturale. Gozzi non si spinge a questo. «Lo si diceva anche nel 2001 – spiega –, poi nel 2004 avremmo potuto venderne anche 40 milioni. Ora, però – spiega – bisogna fondere, acquisire, tagliare. Non è facile, soprattutto al nord, dove la governance è familiare e frammentata. Si tratta di un'oggettiva difficoltà per un percorso di aggregazione. Il comprensorio dei forni elettrici bresciani, per esempio, non è adeguato alle future pressioni competitive». I segnali sul tavolo sono numerosi: l'acciaio va incontro a un'importante fase di ristrutturazione. Il presidente di Federacciai non vede però all'orizzonte pericolo di chiusure. «Ci sono crisi conclamate – spiega Gozzi – come è il caso di Lucchini, che però ha trovato ora nel commissario Piero Nardi una figura di riferimento importante, che saprà, probabilmente attraverso un ridimensionamento, salvaguardare il gruppo, che comunque può ancora contare su un mercato da un milione di tonnellate di prodotti finiti». Per il resto, «le altre aziende siderurgiche italiane – prosegue il presidente – sono sane, ben patrimonializzate, con un livello di indebitamento ancora sostenibile, nonostante abbiano alle spalle 5 anni pesanti». Nessuna eccezione. Anche Ilva, cruciale per il sistema della trasformazione italiana, non chiuderà (farne a meno comporterebbe un aggravio per la bilancia commerciale italiana tra i 5 e i 7,5 miliardi all'anno a causa dell'aumento dell'import di coils). «Lo spero – precisa Gozzi –. Bisogna restituire all'azienda i propri prodotti e poi proseguire nel percorso della legge. La questione ambientale va risolta con un processo, un dibattimento che confronti perizie e controperizie, tralasciando il fattore emozionale. A differenza di quello che pensano i magistrati – aggiunge – sono convinto dell'omogeneità di Taranto nei confronti degli altri grandi impianti a ciclo integrato europei. Lo dicono anche le perizie dell'Istituto Mario Negri: diossina e benzopirene sono nei limiti, ci sono problemi di particolato e pm10, ma come per molte altre città d'Italia. L'unica eccezione in Europa dal punto di vista ambientale – aggiunge – è Linz. È un gioiello, ma ci hanno messo 20 anni per ripulire. All'Ilva si pretende di fare tutto in 2 anni: l'Aia di Clini è già il percorso per andare verso quel benchmark, visto che obbliga all'adozione immediata delle Bat, senza aspettare il 2016 come prescrive l'Ue, per non parlare dei tedeschi che hanno ottenuto proroghe al 2018». Gozzi si dice infine convinto che Ilva possa reperire le risorse necessarie al risanamento ambientale. «L'azienda può contare su 300-400 milioni di ammortamenti all'anno, anche in questo periodo di crisi – ha spiegato –, circa un miliardo per il prossimo triennio, dentro l'azienda, che paga un terzo degli investimenti ambientali richiesti. Ci sono margini anche per fare altro debito. Se si ragiona in termini realistici, si può fare qualcosa».

Fonte: Il Sole 24 Ore


Ritorna indietro